L´esodo biblico dalla città sfigurata
Incuriosita dal suggerimento del Professor Lamberti, ho cercato quest'articolo (che come diceva il professore nel blog "la città dei paradossi") che mette in evidenza alcune delle contraddizioni napoletane.
Ecco allora l' articolo di Aldo Loris Rossi apparso sul quotidiano La Repubblica:
-Da quattro decenni si manifesta a Napoli un paradosso tanto evidente quanto ignorato che attende una spiegazione non generica. Il paradosso è il seguente: mentre dal censimento del 1971 la popolazione è diminuita progressivamente da 1.226.594 abitanti ai circa 960 mila odierni (perdendo oltre 266 mila abitanti, cioè un quinto della popolazione), viceversa i vani sono aumentati da 1.033.418 a circa 1 milione e mezzo (cioè di quasi mezzo milione). Oggi Napoli per la prima volta nella sua storia millenaria e sovraurbanizzata ha più vani che abitanti. Ma perché i napoletani fuggono dalla ex capitale? Perché un tale esodo biblico, 13 volte maggiore di quello ebraico guidato da Mosè nel 1400 a.C. che coinvolgeva, forse, 20 mila persone? E se questo paradosso è oggi inspiegabile, cosa accadrà se le previsioni Istat sul declino demografico 2007-2051 si avvereranno? Secondo tale previsione la popolazione della Campania nei prossimi 42 anni diminuirà seguendo tre scenari: in quello “alto”, si ridurrà di 352.169 abitanti; nel “centrale”, di 634.762; nel “basso”, di 974.905 abitanti: un evento rilevante per la regione a più alta densità abitativa ed edilizia d´Italia. In quest´ultimo caso, la popolazione si ridurrà di circa un milione.
In particolare la provincia di Napoli perderà rispettivamente: 329.918 abitanti, o 457.207, oppure 613.898; mentre la ex capitale oscillerà intorno a 800 mila abitanti. Questi eventi svuoteranno un analogo numero di vani residenziali che si sommeranno all´odierna sovraurbanizzazione, smentendo anche alcuni strumenti urbanistici adottati. Intanto il suddetto paradosso viene ignorato. Qualcuno ha osservato che l´invivibilità dell´area metropolitana di Napoli, la più degradata d´Italia, epicentro del malessere, si propaga prima alla piana campana, poi alla conurbazione costiera di 5 milioni di abitanti, infine alle province interne con solo 700 mila abitanti.
Di fatto a Napoli si fronteggiano due posizioni. Da un lato, vi sono coloro che, in nome del “possibile”, propongono di rivedere il Prg approvato nel 2004 al fine di: ridurre le aree verdi dei tre parchi urbani per “metterle a reddito”, cioè per edificarle; occupare altre aree agricole ancora libere per “allargare la città” già satura; consentire sventramenti nel centro storico memori dei progetti tardo-haussmanniani di oltre venti anni fa.
Questo in continuità con la politica che dal ´45 ha urbanizzato (”messo a reddito”) 8.000 ettari di terreni agricoli, cioè i tre quarti del patrimonio naturale di Napoli, non solo senza risolvere i problemi strutturali della città, ma lasciando in eredità ai posteri oltre 400 mila vani di “spazzatura edilizia” post-bellica, non antisismica, e un disastro ambientale senza precedenti nella storia, facendo collassare il sistema del traffico, delle fogne, degli acquedotti, eccetera. Il loro modo immobiliarista di intendere lo sviluppo è semplice: considera la Natura e la Storia come riserve illimitate di cui disporre a volontà e a basso prezzo; accetta come immutabile la suddetta “spazzatura edilizia” post-bellica e non antisismica; non sa come rilanciare l´apparato produttivo.
Dall´altro, vi sono coloro che considerano le aree verdi superstiti (appena il 25% del territorio comunale) e i 720 ettari del centro storico (ormai la dodicesima parte dell´area urbanizzata di Napoli) come beni unici e irriproducibili da salvaguardare. Essi vogliono: trasformare l´economia tardo industriale in post-industriale; restaurare il centro storico attraverso incentivi come la “fiscalità di vantaggio” e la formazione di un partneriato pubblico-privato che rilanci l´artigianato artistico da localizzare nei grandi complessi monastici sottoutilizzati, come centri di produzione, esposizione e vendita (pastori, fiori di cera, strumenti musicali, legatoria, statue lignee, eccetera); riqualificare il patrimonio edilizio recente attraverso rottamazione-sostituzione della “spazzatura edilizia” post-bellica non antisismica, mediante incentivi volumetrici. Dunque, una politica alternativa alla precedente perseguita, peraltro, da tutte le città di antica civiltà che aspirano ad entrare in un futuro di competitività creativa, ma in equilibrio con la natura. Ma sarà possibile realizzare una tale strategia senza la formazione di un “comitato di salute pubblica” consapevole che «viviamo in un paese in cui retorica e falsificazione sono dietro ogni angolo» (Sciascia)?


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Commenti
Non amo i numeri nè i dati , mi danno una certa ansia. Su questi però ci sto riflettendo. Spero venga seguito il citato "scenario basso"....