Ho sbagliato a tacere mentre Napoli diventava invivibile
di GIANNI PUNZO *
Caro direttore, gli interventi di Galli della Loggia (Corriere della Sera di domenica) e di Scotto di Luzio (Corriere del Mezzogiorno di ieri), unitamente alla campagna che il vostro giornale sta portando avanti sulla questione del waterfront come segno di un rilancio della città, mi spingono a una riflessione sulle responsabilità delle classi dirigenti riguardo allo stato in cui versano Napoli e il Meridione. È condivisibile, al di là di una eccessiva generalizzazione, l’opinione di Galli della Loggia secondo il quale uno dei principali ostacoli allo sviluppo del Mezzogiorno è la qualità delle classi dirigenti. Come imprenditore ho cercato di fare al meglio il mio lavoro; come cittadino, invece, sento la colpa di essere stato uno spettatore sostanzialmente inerte di fronte al peggioramento della qualità della vita civile e democratica della regione. Ciò premesso, credo sia arrivato il tempo di guardare avanti, recuperando anche il senso di un orgoglio che non deriva dall’essere meridionale o napoletano (Dio ci scampi dai partiti sudisti o da chi vuole strumentalizzare mal riposti orgogli campanilistici) ma dalla convinzione di poter contribuire fattivamente a un percorso di crescita e di sviluppo di tutto il nostro Paese. Non è accettabile leggere continuamente dichiarazioni che rappresentano il Sud come un covo di ladri e banditi. In primo luogo, perché il Sud, pur con tutti i suoi limiti e le sue colpe, non può diventare il capro espiatorio di ogni male dell’Italia, ma ancora di più perché abbiamo bisogno di soluzioni concrete a un problema complesso e non rappresentazioni stereotipate e luoghi comuni. Questa estate sono stato in montagna dove mi sono trovato nell’umiliante condizione di dover spiegare continuamente ai tanti colleghi imprenditori del Nord che ho incontrato come si possa non dico fare impresa ma persino vivere a Napoli. Tale era la mia frustrazione che mi sono sentito sorprendentemente sollevato quando mia moglie è stata borseggiata nel centro della perla delle Dolomiti. Dobbiamo incominciare a costruire e smettere di consentire o, peggio, indulgere in facili giaculatorie. Ci sono, a mio avviso, tre cose che possiamo fare, come cittadini e come imprenditori. Primo, partecipare con più forza al dibattito pubblico in tutta la sua ampiezza. Non ci riguardano solo la fiscalità o le infrastrutture, ma la qualità complessiva della vita civile e democratica, a partire dalla scuola, che ne assicura il futuro, e dal recupero del contesto socio urbanistico. Ripeto, dobbiamo intervenire con forza, senza farci mettere nell’angolo dalla mancanza di risposte della politica; ho sbagliato ad accettare il silenzio delle istituzioni locali che ha seguito la mia proposta di più di un anno fa sul progetto waterfront. Secondo: prendere parte attiva al dibattito sul federalismo. Il federalismo si farà, non perché lo vuole la Lega, ma perché è giusto avvicinare la rappresentanza alle decisioni di spesa e di governo e perché è assolutamente vero che, come scrive Galli della Loggia, la fine della Prima Repubblica «ha significato anche la fine degli equilibri economico-sociali che avevano reso possibile e accompagnato la secolare industrializzazione-modernizzazione italiana». Il federalismo è l’occasione per riunire un Paese che nei fatti è già molto diviso. Ma non può essere realizzato in una maniera ideologica che nasconde desideri di regolamento di conti del Nord verso il Sud. Non possiamo accettare che sia il federalismo di Bossi e Calderoli, magari accontentandoci di ricevere in cambio un «piano Sud» le cui risorse tra l’altro rischierebbero di prendere strade diverse, una cosa che abbiamo visto accadere spesso in questi ultimi tre anni. Spero vivamente che la classe politica del Sud, invece di combattere battaglie di retroguardia, si ponga alla testa di questo cambiamento che riguarda l’assetto istituzionale di tutto il Paese, presentando delle proposte concrete. Un ultimo punto che riguarda le nostre associazioni di rappresentanza. Inizierà tra pochi mesi la procedura per l’elezione del nuovo presidente dell’Unione Industriale di Napoli. L’ultima volta non abbiamo fatto una grande figura. Ci siamo divisi e spaccati, abbiamo parlato molto di nomi e pochissimo di programmi. È auspicabile ritrovare la compattezza perduta, comporre una squadra di esperienza e di livello, magari guidata da un giovane capace e innovativo e proporre alla politica tre-quattro progetti fondamentali su cui cercare un accordo trasversale. Sarebbe un bel segnale per dimostrare che dopotutto a Napoli c’è un classe dirigente capace di comprendere quando è ora di scendere in campo e affrontare il cambiamento anche al di fuori delle proprie aziende.
* Presidente Cis-Interporto campano
Fonte: Il Corriere del Mezzogiorno (lettere al direttore)


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Commenti
amatolamberti
sono d'accordo con Gianni Punzo. Si può fare impresa, e produrre occupazione, aggiungo, anche a Napoli. Il problema è partire dalle potenzialità reali del territorio per valorizzarle in termini industriali. La nostra ricchezza è il contesto ambientale, la ricchezza del nostro paesaggio, delle nostre coste come delle aree interne, grondanti di storia, di monumenti, di aree archeologiche, di castelli, di monasteri, di chiese, di tesori d'arte e di cultura, di musei, ma non siamo capaci di valorizzare tanta ricchezza. Qualche esempio. Abbiamo un giacimento archeologico che da Cuma arriva fino ad Ascea,passando per Pozzuoli, Baia, Napoli, Somma Vesuviana, Nola, Ischia, Capri, Ercolano, Pompei, Oplonti, Stabia, Nocera, Salerno, Paestum, ma non siamo in grado di proporlo se non come tanti pezzi staccati di una storia che potrebbe essere invece ricomposta e offerta, con strutture e infrastrutture adeguate, nella sua interezza a turisti interessati ad itinerari culturali integrati con il paesaggio, le tradizioni popolari, l'enogastronomia, per soggiorni di settimane e non di giorni fugaci. Abbiamo delle coste famose in tutto il mondo, come le costiere sorrentina, amalfitana, cilentana, isole come Capri, Ischia, Procida, ma non siamo in grado di proporle in un percorso via mare come quello che in Turchia propongono con i tanto famosi caicchi. Abbiamo una ricchezza enorme di parchi termali, a Ischia, nei Campi flegrei, a Castellammare, che potrebbero sostenere un turismo del benessere per dodici mesi all'anno, ma non siamo in grado che di utilizzarlo per due, massimo tre, mesi. Verrebbe da dire che il Signore manda i biscotti di grano a chi non ha i denti per masticarli. Non ci mancano le risorse, ma forse gli uomini, la cosiddetta classe dirigente, capaci di utilizzarle e metterle a frutto.
Puoi anche avere gli uomini giusti, ma per mettere a frutto le nostre risorse bisogna anche mostrarle ed avere quindi la possibilità di "venderle". Purtroppo ciò non sarà mai possibile finquando i media diffonderanno solo un'immagine negativa dei nostri territori. Se al mercante gli sottrai la bancarella per mostrare la propria mercanzia, come vuoi che la venda?
Mi fanno tenerezza coloro che continuano a sostenere che per sanare Napoli bisogna mettere allo scoperto tutti i suoi mali. Lo stiamo facendo da decenni e qual'è stato il risultato, lo vediamo tutti.
Pur essendo consapevoli dei suoi difetti -che sono gravi, tanti e vanno certo eliminati- se avessimo la possibilità di utilizzare a nostro favore i mezzi di comunicazione, le cose comincerebbero veramente a cambiare.
Quindi, il punto primo di una strategia di rilancio, consiste nel penetrare nei posti di comando della Rai e dei giornali. Solo dopo di ciò si può dire a chi ne ha la possibilità di investire in senso turistico-culturale sui nostri territori.
Saluti
Carrispo
beh è esattamente quello che sta facendo Città di Partenope. Ogni cittadino può usare questo strumento per diffondere sui media tradizinale e social media un'immagine diversa. I mezzi di informazione sia in Italia che all'estero si sono sempre mostrati molto sensibili alla formula comunicativa di Partenope e, pur continuando a esistere il principio giornalistico "good news no news", l'idea di una Comunità virtuosa che abita Partenope per riconvertire l'immagine di Napoli ha avuto più successo di qualsiasi altra costosa campana di comunicazione Istituzionale. Basta guardare la nostra Rassegna stampa, web, tv e radio nel menù in alto.
Albert Einstein diceva "è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio" e bisogna riconoscere che ormai la nostra immagine è compromessa e un pregiudizio esiste, non solo a causa dell'emergenza rifiuti, dalle guerre tra i clan e di Gomorra, ma anche per via delle testimonianze viventi dell'inciviltà e il malcostume che abitano a Napoli e spesso viaggano nel mondo. Perché questo nessuno lo dice sui giornali? Credo che il nostro progetto sia uno dei pochi modi di riconvertire l'immagine di Napoli e dei napoletani, perché parte da quel che c'è di buono, lo evidenzia e allo stesso tempo prova a contagiare positivamente la parte insana della nostra società.
Sulla riflessione di Gianni Punzo e di Amato Lamberti, mi riservo di scrivere la mia in seguito.
Così gli unci turisti circolanti Napoli saranno gli stessi napoletani, al massimo campani.
Forse non è chiaro. Bisognerebbe coinvolgere in questo discorso la RAI , MEDIASET e i giornali a tiratura nazionale. Ormai l'informazione che conta corre solo attraverso questi veicoli.
Saluti
Carrispo
Forse non hai letto la Rassegna, siamo usciti sul nazionale diverse volte.. L'Espresso, La Repubblica, il Venerdì, Italia Oggi, TGCOM (2 volte), TG3 Nea polis, Radio Rai Uno, Radio Vaticana, Radio 24, EcoRadio (2 volte), Kiss Kiss Network, Radio Luiss.. all'estero poi abbiamo avuto una pagina intera su America Oggi, primo quotidiano italiano negli States, un'altra pagina su UpsideTown importante settimanale di Tokyo.. un servizio sul Network BBC di circa ventimi minuti! per non parlare del web.. da America On line all'australinano Campra, quella che è stata definita the "ethical city" ha fatto il giro del mondo nel web, infatti abbiamo accessi da 116 paesi del mondo.. scusa se è poco!