La fabbrica del caffè nel carcere femminile
NAPOLI – Il caffè, suggeriva il poeta, pure in carcere ‘o sann fa’. De Andrè però stavolta sgranerebbe gli occhi: non di semplici tazzine fumanti di moka, né di espresso si parla, ma di caffè prodotto in carcere e raccolto in pacchetti da 250 grammi, griffate da cotanto marchio: «Caffè Lazzarelle». Realizzato dalla a alla zeta dalle detenute della casa circondariale femminile di Pozzuoli, ottenuto con tostatura rigorosamente artigianale da una miscela di chicchi provenienti da Brasile, Costa Rica, Colombia, India e Uganda. Il “Lazzarelle” nasce grazie al lavoro di dieci donne campane, formate nell’ambito di un progetto regionale per seguire il delicato processo di torrefazione dell’oro nero, che avviene nell’ex mensa della struttura detentiva flegrea. Da settembre scorso, le signore del caffè lavorano dal lunedì al venerdì per 6 ore e 40 al giorno. Ovviamente nessuno nasce «imparato». Hanno seguito un corso di formazione e poi un seminario pratico. I sacchi di juta con i chicchi sono arrivati a gennaio. Ogni giorno si provvede prima alla miscela e poi alla torrefazione.
Dopo la macinazione, il tutto viene lasciato all’aria per 24 ore. Non solo: il compito delle lavoratrici si estende all'impacchettatura, alla gestione dei magazzini, alla pulizia e alla manutenzione ordinaria dei locali e delle macchine. Persino il packaging, e il bel logo - un Orient express che ha per sfondo, stilizzati, il golfo e il Vesuvio - è stato completamente curato dalle detenute. Che nella fondamentale fase di “marketing” si sono cimentate con la scelta dei colori e soprattutto, nella ricerca del nome (ironico e azzeccatissimo): caffè Lazzarelle. I pacchetti bianchi e rosa, da 250 grammi ciascuno. La produzione, ricorda la coordinatrice del progetto Paola Misto, si aggira sui cento chili di caffè al giorno. Non sono souvenir: saranno immessi sul mercato e venduti nel circuito dei prodotti artigianali. Il prezzo? Medio alto, «perché la qualità del caffè è pregiata» rimarca la coordinatrice. Aggiunge: «Non parliamo di un passatempo ma di un impegno serio che permette l’acquisizione di conoscenze perfettamente spendibili per un futuro reinserimento delle lavoratrici detenute una volta libere». Il progetto è stato finanziato dalla Regione (assessorato alle politiche sociali) con decreto del 2007. Le lavoratrici sono affiancate in questo percorso da professioniste della Federazione Città sociale, che comprende le associazioni “Il pioppo” e “Giancarlo Siani” e la cooperativa Officine.ecs.
di Alessandro Chetta
dal Corriere del Mezzogiorno


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